Il prezzo del petrolio cala ancora

Il prezzo del petrolio cala ancora

Come volevasi dimostrare, Goldman Sachs esattamente un mese fa prevedeva per questo fine Anno 2014 un calo drastico del petrolio sotto i 75$ al barile, giustificando tale analisi da una parte con le nuove politiche commerciali annunciate dall’Arabia Saudita e dall’altra con l’eccessiva abbondanza di greggio da scisti rocciosi. Questo aumento di offerta sul mercato, secondo la società di rating, avrebbe potuto alimentare un eccesso d’offerta e una riduzione dell’influenza dell’Opec.

 A quanto pare, è proprio ciò che sta accadendo.

 Ma i disordini che un crollo del petrolio starebbe causando non coinvolgono solo l’aspetto economico. Il fenomeno va analizzato anche e soprattutto sotto una lente d’ingrandimento geopolitica. asset-petrolio Infatti, ne sta scaturendo una guerra dei prezzi che vede coinvolti un’infinità di Paesi, praticamente in ogni parte del Mondo.  I due grandi blocchi contrapposti all’interno dell’Opec hanno come Paesi trainanti da una parte l’Iran “costretto” a convincere gli altri Paesi produttori a tagliare la produzione di almeno 1 milione di barili al giorno per frenare l’inesorabile crollo dei prezzi, a causa anche del fatto che se il petrolio non dovesse risalire sopra i 90$ l’Iran non otterrebbe il pareggio di bilancio e la situazione si complicherebbe ulteriormente, e dall’altra l’Arabia Saudita per la quale al contrario basterebbe rimanere sopra i 46$ al barile per non soffrire e quindi è più che mai disposta a difendere questa politica di stabilità della produzione, ovvero mantenere la produzione costante sopra i 30 milioni di barili al giorno.

 L’Opec è esattamente spaccato a metà, l’Iran ha trovato alleati preziosi in Libia, Venezuela, Qatar e Nigeria, ma dall’altra parte l’Arabia Saudita sta sfruttando questa posizione di supremazia petrolifera per mettere in ginocchio anche la Russia (che insieme all’Iran sostengono Assad in Siria) e l’Isis (che si finanzia esportando illegalmente greggio) e quindi riuscire a rovesciare il siriano Bashar Assad e troncare l’asse Damasco-Teheran una volta per tutte.  Proprio per questo è entrato in partita Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, che sta tentando di trovare a tutti i costi un accordo con Riad offrendo addirittura come merce di scambio (non esplicitamente) la caduta di Assad, questo perchè per Putin la vendita di Petrolio/Gas conta ben il 50% dei ricavi di bilancio dunque rischierebbe di perdere notevole potere politico interno se non dovesse riuscire ad impedire questo crollo del prezzo del petrolio. Non per ultimo, Obama e gli USA pare stiano sostenendo occultamente l’Arabia proprio per aggravare ancora di più la situazione dell’Iran ma soprattutto della Russia e “vendicarsi” così dello smacco ricevuto con la violazione della sovranità ucraina.

 Ma, in conclusione, ancora una volta (ed ultimamente capita sempre più spesso), tra i due litiganti il terzo gode. Infatti, la vera vittoria sarebbe della Cina che attualmente importa ben il 60% del suo greggio e potrebbe sfruttare i risvolti della diatriba per avviare trattative con Putin facendo leva sul fatto che alla Russia serve assolutamente vendere il suo Petrolio al di fuori dell’Europa ed in questa fase di eccessiva abbondanza di offerta e prezzi in ribasso, il compratore cinese potrebbe entrare prepotentemente in gioco con un enorme potere contrattuale.

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