BTD: Buoni del Tesoro Digitali su blockchain

L’Italia è sull’orlo della recessione. L’Italia non potrà evitare il collasso. L’Italia si avvia verso il default. Però a breve la fase due per il rilancio. L’Europa non intende salvarci. L’Europa risponde un Quantitative Easing da 750 miliardi. Ma noi vogliamo gli Eurobond. La Merkel non vuole acconsentire agli Eurobond, e dai prendiamoci il Mes. Si può uscire a correre. Chi corre è un untore e bisogna lanciargli oggetti dal balcone. Non si deve uscire di casa per nessun motivo.

Però, se avete bambini, anziani, cani, gatti, pesciolini rossi, case, libri, auto, viaggi e fogli di giornale potete farvi un giro, ma almeno mettetevi la mascherina tarocca e #andràtuttobene, perché secondo le stime di qualcun altro abbiamo 5,9 milioni di contagiati in Italia, ma per ora ne abbiamo contati più o meno 120.000, e anche in fila per 3 col resto di 2 non tornano comunque i conti. Ma vabbè tanto io non posso ammalarmi perché l’ho già presa a dicembre e mi è passata, e comunque per sicurezza ho comprato su Amazon la cura e ogni sera metto l’amuchina e tachifludec nel latte e biscotti, funziona!

Sto bene infatti.

Quanto appena scritto è la fotografia di quello che sta accadendo in questi giorni. Infodemia. Caos sociologico prima ancora che economico e finanziario. Viviamo in un clima di confusione e angoscia generale. Notizie che si accavallano, si smentiscono, si rilanciano, il tutto condito con la giusta dose di complottismo e fake news che in tempi di crisi, si sa, non guasta mai. Non vale solo per il nostro Paese, anche tutti gli altri sono nella stessa situazione. La differenza è che noi italiani siamo un po’ più creduloni e chiacchieroni, ecco. E tutto ciò dà vita ad un carosello infinito di personaggi che nella noia “quarantenale” (per alcuni anche quarantennale!) delle proprie abitazioni strumentalizzano, sciacallano e sfruttano questa inaspettata visibilità virtuale per urlare ciò che vogliono. In fondo è così che abbiamo sempre scelto chi ascoltare, chi seguire e, piuttosto frequentemente, anche chi votare. Mio nonno diceva: in questo paese la ragione è di chi urla.

Penso che questo millennio ci stia dimostrando che basta davvero urlare per avere non solo ragione ma anche un futuro (per loro). Quel futuro che forse stanno togliendo ai nostri figli. Dato che sono 25 giorni che non esco di casa, almeno in questo editoriale qualcosina voglio dirla io. Non urlarla, ci mancherebbe, mi limito a sussurrarla. Così ascolta solo chi ne ha voglia ed è abbastanza attento…

Albert Einstein diceva:

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorge l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie.”

Ben venga la crisi, dunque! Se porta progresso, ovvio. Dopo la peste nera del 1347, oltre a 20 milioni di morti, si ebbero anche innovazioni medico/scientifiche e nuove teorie economiche. Senza parlare che in assenza di quella peste probabilmente non avremmo mai avuto il Decamerone di Boccaccio, Petrarca non sarebbe stato poi così tanto ispirato e magari non avremmo avuto la forza ed il coraggio di inseguire quella bellezza e quella voglia di rinascita che ha posto fine al Medioevo inaugurando il Rinascimento.

Per non parlare della peste del 1665 che, tra i tanti, costrinse un 23enne piuttosto sveglio di nome Isaac a stare in quarantena. Quella stessa quarantena che gli permise di scoprire la gravità e la luce (ancora grazie Newton…). Lungi da me dire “evviva c’è la Peste” attenzione, non mi permetterei mai nella vita di elogiare virus naturali che uccidono milioni di persone innocenti. Dico semplicemente che il passato ci insegna che questi Cigni Neri possono essere gli unici motivi validi che abbiamo ciclicamente per porre fine in maniera definitiva a comportamenti sbagliati, atteggiamenti nocivi per l’umanità e, soprattutto, a sistemi tradizionali secolari ormai obsoleti e avere l’angoscia necessaria a generare coraggio di innovare. Ma innovare davvero, non per finta.

In questi giorni stiamo ritirando fuori tutte le teorie economiche degli ultimi secoli, stiamo proponendo come soluzioni ai problemi che abbiamo quelle stesse metodologie che questi problemi, indirettamente e direttamente, li hanno causati.

Oggi la situazione non è rosea. Affatto. Il danno stimato sui ricavi sarà di oltre 600 miliardi per le imprese italiane. Si stima che oltre il 10% delle aziende andrà incontro al fallimento e che il PIL italiano ne risentirebbe con un crollo clamoroso per il 2020: -6% / -10%, mentre per Goldman Sachs, che ha aggiornato in questi giorni le sue stime, l’Europa rischierebbe addirittura un -40% (sì 40, lo 0 non mi è scappato…) di calo del PIL nel secondo trimestre del 2020. Una primissima reazione messa in campo dalla BCE, dopo i tanti attacchi, è stata il lancio del Quantitative Easing da 750 miliardi. Accolto con notevole favore dai più, il QE è realmente una misura utile a far ripartire un’economia in pieno collasso? O forse è l’unico strumento a disposizione in quel momento?

Abbiamo capito che gli Eurobond probabilmente non si faranno mai dato che Germania, Olanda e paesi “ricchi” non vogliono accollarsi il debito dei più instabili, ma allora il punto è un altro, cosa significa EUROPA? Che senso ha? Ciò che più sta emergendo grazie a questa crisi è proprio l’infondatezza di questa Unione Europea di cui è inutile parlare se nessuno ha la volontà di convergere prima verso un’Unione Monetaria Europea. Facile essere europei quando si guadagna, si influenzano mercati e commercio e si raccoglie consenso, ancor più facile porre veti o fare muro quando si devono affrontare oneri comunitari e gestire crisi che andrebbero distribuite tra tutti i Paesi membri. Il paradosso è spiegato bene in un recente articolo del Sole24Ore:

In un momento di crisi, come quello odierno, si moltiplicano le lamentele nei confronti dell’Unione Europea, colpevole di non essere abbastanza presente e di erogare aiuti inferiori alle aspettative: ma quali dovrebbero essere le nostre aspettative?

Proprio a questo riguardo, negli ultimi anni, si è parlato di una nuova trilogia impossibile, riguardante proprio l’unione monetaria:

L’assenza di co-responsabilità del debito pubblico tra paesi europei: ogni paese dell’unione europea è responsabile soltanto del proprio debito, sono dunque vietati i trasferimenti fiscali tra stati;

L’impossibilità della BCE di stampare moneta per finanziare il debito pubblico dei singoli stati, ruolo svolto dalle banche centrali degli stati dotati di valuta propria. La BCE non può dunque acquistare titoli di stato dei paesi membri sul mercato primario, allo scopo di evitare un’inflazione eccessiva e l’esposizione asimmetrica al default di un singolo stato;

L’esistenza di un cappio mortale tra banche e stati: le banche sono fortemente esposte al debito pubblico del proprio paese e gli stati stessi, per evitare gravi danni all’economia, sono costretti ad intervenire per salvare le banche, aumentando il debito pubblico.

Molte sono le soluzioni proposte per risolvere queste criticità, tra cui la creazione dell’unione fiscale, tramite l’ampliamento del bilancio europeo, in modo che contenga le imposte pagate dai cittadini europei, poi trasferite ai paesi membri. Tuttavia nessun paese è favorevole a un assetto così configurato, che toglierebbe agli stati gran parte della loro sovranità in campo fiscale. Non potendo quindi operare direttamente sul piano fiscale, l’Unione Europea, ha posto in essere iniziative in grado di rispondere, almeno in parte, alle necessità espresse dai vari stati, controbilanciando spesso i propri interventi con l’imposizione di politiche di austerità.

Tra le iniziative più note, vi è il Quantitative Easing, introdotto da Mario Draghi. Tramite l’acquisto di titoli di stato dal mercato secondario, la BCE aumenta la moneta in circolazione, immettendo liquidità nel sistema e ottenendo contemporaneamente una diminuzione dei tassi di interesse.

La necessità di fornire aiuti economici a famiglie e imprese costrette a non lavorare in questo momento difficile, pone gli stati europei a manifestare un bisogno di liquidità. Pertanto, la BCE guidata da Christine Lagarde si è impegnata ad acquistare 750 miliardi di euro in titoli di stato per tutto il 2020, facendo anche cadere il limite del 33% agli acquisti delle emissioni di ogni paese, rendendo più efficace la sua azione. Inoltre, è stato sospeso il patto di stabilità, per consentire agli stati membri di sforare il tetto del 3% del rapporto deficit/PIL.

Tutto molto “bello”, ma a che serve stampare miliardi virtuali che solo in piccolissima percentuale arriveranno davvero nelle tasche del consumatore? Non solo stiamo dimostrando che possiamo stampare soldi infiniti incrementando il debito pubblico dei nostri figli, ma che lo possiamo fare solo se quei soldi servono al mondo finanziario, mentre ancora ci scandalizziamo se qualcuno prova anche solo a parlare di Helicopter Money.

No, il Quantitative Easing non serve a nulla in questo periodo storico. Creare moneta a debito e iniettarla nel sistema finanziario per promuovere prestiti non significa automaticamente incentivare la crescita ed i consumi. Gli hotel, i ristoranti, gli artigiani, nessuno di loro riapre se la loro banca proporrà loro dei prestiti. E la banca probabilmente userà la gran parte di quel denaro virtuale per depositarlo presso la stessa banca centrale a tassi bassissimi e proteggersi da ogni rischio.

Questa pseudo liquidità concessa dal QE può funzionare un minimo soltanto se avremo mai le palle di sostenerla con politiche fiscali efficaci: tagli delle tasse, ridimensionamento della spesa pubblica che sta affossando il nostro debito (a tal proposito, per avere due punti di vista differenti, vi invito anche a leggere questo articolo dell’esperto Cristian Palusci che al contrario sostiene che ci sia bisogno di un’esasperazione della spesa pubblica per rendere utili misure come il Quantitative Easing) e, soprattutto, lungimiranti ristrutturazioni economiche che rilancino settori strategici e innovativi a medio/lungo termine, dopo aver riformato l’istruzione ancora troppo concentrata su teorie già fallite e lavori pratici che stanno scomparendo.

E allora, dato che ogni critica che si rispetti ha senso ed è utile solo se seguita da una proposta, stavolta visto che siamo in crisi e vale tutto, una proposta indecente ma innovativa proviamo a farla: BTD, Buoni del Tesoro Decentralizzati. (Ovvio, decentralizzati proprio non sarebbero, però nel nome ci stava meglio “decentralizzati” che “in blockchain” e BTD è più bello come acronimo). La similitudine è con i cugini più stretti, i BTP (Buoni del Tesoro Poliennale). Certificati di debito con scadenza a medio/lungo termine emessi dallo Stato prevedendo un rendimento. L’investitore riceve dunque un interesse (convenzionalmente semestrale) fissato al momento dell’emissione, mentre alla scadenza riceverà una somma pari al valore nominale del titolo acquistato. Il titolo può essere sia acquistato al momento dell’emissione sia scambiato in un secondo momento sul mercato secondario (MOT).

Ciò che immagino io (sempre per gioco, si intende eh!) sarebbe la creazione di un buono del tesoro sottoforma di Token digitale (BTD appunto) che possa essere acquistato da ogni singolo cittadino italiano (utilizzando come identificativo il proprio codice fiscale), in tagli minimi da €1.000,00 con scadenza a X anni e rendimento fisso condizionale. Che significa rendimento fisso condizionale? Che ogni cittadino/imprenditore che decida di aiutare il proprio Paese acquistando questi bond, può scegliere se usarli per pagare imposte future, così facendo avrebbe un rendimento sugli stessi fisso al 2%. In caso decidesse di usare questi BTD in qualsiasi altra maniera (non per pagare imposte dunque) il rendimento sarebbe dell’1,3%.

Le vendite non avverrebbero tramite asta né tramite banche o intermediari finanziari. I BTD verrebbero venduti direttamente al cittadino, senza obbligo di intermediari, sfruttando la tecnologia blockchain per garantire sicurezza, evitare il double spending e, soprattutto, avere certezza di solvibilità grazie agli smart contract programmabili sulla rete blockchain stessa. Una sorta di Smart Bond per garantire liquidità immediata alla nostra Italia, senza bisogno di andare a supplicare il resto d’Europa né il rischio di dover ricorrere ad un comunque improbabile e disperato bail-in sui nostri risparmi.

Così anche il piccolo risparmiatore (siamo il Paese con più risparmiatori…) avrebbe la possibilità di partecipare ad una rinascita e contribuire con il suo investimento. Le imprese (soprattutto quelle più tecnologiche) avrebbero un’alternativa con buoni interessi e rischio basso, rispetto al deposito bancario. Lo Stato, in un secondo step, potrebbe addirittura pagare alcuni dei debiti verso le aziende attraverso i BTD stessi, provocando così un’enorme iniezione di liquidità a costo 0 (non creando neanche nuovo debito ma trasferendolo dalle aziende al certificato).

I PRO di uno strumento simile:

  • Liquidità immediata per lo Stato che può così affrontare meglio l’emergenza;
  • Disincentivo all’evasione fiscale;
  • Disintermediazione bancaria (meno tempo, meno costi);
  • Il cittadino onesto che ha sempre pagato le tasse, ora può continuare a pagarle guadagnandoci un 2% di interesse sopra;
  • Titoli liquidi e facili da scambiare anche entro la scadenza e senza intermediari;
  • No double spending;
  • Smart contract e blockchain renderebbero sicure e tracciate le operazioni;
  • Molte aziende sull’orlo del fallimento potrebbero veder saldati i crediti che hanno con lo Stato;
  • L’Italia sarebbe d’esempio nel resto del mondo per aver usato tecnologie emergenti per risollevare l’economia.

Prima di leggere i vostri “se vabbè, non si può fare”, ecco alcuni esempi di chi, sottovoce, negli ultimi mesi sta già facendo esperimenti simili:

1) Banca Popolare Cinese: a dicembre 2019, la PBOC ha emesso 20 miliardi di yuan (2,8 miliardi di dollari) sotto forma di obbligazioni basate su blockchain per poter garantire liquidità e finanziare lo sviluppo di piccole e medie imprese. L’operazione ha avuto un grande successo ed è solo una delle tante operazioni simili che la Cina sta attuando. Si stima che entro il 2023 il tasso di crescita annuale dello sviluppo di progetti finanziari in blockchain in Cina sarà del 65% circa ed il fatturato di applicazioni basate su tecnologia blockchain supererà i 2 miliardi di dollari;

2) Banca Mondiale: ad Agosto 2018, la WB ha emesso il primo bond al mondo mediante blockchain di Ethereum, sostenendo che la tecnologia blockchain possa avere un ruolo chiave per rendere più efficiente e sicuro questo tipo di processo e ridurre il numero ed il costo degli intermediari. Il bond è classificato come “Bond-I” (Blockchain Offered New Debt Instrument). Ad Agosto 2019 ha aumentato l’emissione di questi bond coinvolgendo anche altre banche come ad esempio la Commonwealth Bank of Australia, ciò significa che l’esperimento è piaciuto;

3) Banco Santander: a Settembre 2019, BS ha sfruttato la tecnologia blockchain non solo per la procedura di emissione di un bond, ma anche per la sua custodia, un primo passo fondamentale verso un mercato secondario potenziale per asset tokenizzati (la conversione dei diritti di un bene in un token digitale registrato su blockchain).

Questi sono solo alcuni esempi di successo recenti, senza citare i tantissimi altri tra cui: Bank of Korea, Berkeley, Bahamas, ecc.

Questo articolo non è per l’attuale classe politica, sia chiaro. È per quella che verrà dopo, che sarà nata dopo il 1990, parlerà la lingua della sua generazione e, forse, quel giorno il gap con la generazione passata sarà talmente incolmabile da accendere la miccia di una rivoluzione coraggiosa ed innovativa. Quel Rinascimento (fintecnologico) che questo Paese da troppo tempo aspetta.

Male che va, ci penseremo alla prossima peste.

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Guida al Mongol Rally

Cos’è il Mongol Rally, come e perché affrontarlo?

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Se state leggendo questa guida è perché vi è venuto in mente di fare una follia o, forse, qualche vostro amico ve l’ha proposta o la sta per affrontare e vi siete incuriositi. Si chiama Mongol Rally e volete scoprire di cosa si tratta…mongol rally

Il Mongol Rally è una gara benefica non competitiva. La prima edizione si svolse nel 2004, da allora ogni anno, in estate, questa competizione ha più che decuplicato i partecipanti. Il punto di partenza cambia spesso ma solitamente è un luogo tra Regno Unito (Goodwood) e Repubblica Ceca (Praga) ed il traguardo che per anni è stato Ulan Bator in Mongolia, da pochi anni è stato spostato di qualche centinaio di kilometri ad Ulan Ude (Siberia, Russia).

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E’ considerata la più grande avventura del mondo o, anche, la più stupida gara del pianeta. Paradossalmente entrambe le definizioni vi assicuro calzano a pennello. Ogni anno, migliaia di persone provenienti da tutto il mondo formano i team in rappresentanza del proprio paese e si iscrivono per partecipare. Nel 2018 è stato raggiunto il record di iscritti con 335 team (oltre 1.000 persone).


Per potersi iscrivere vi sono poche ma precise regole!

Regole:

  1. Possono partecipare solamente veicoli con una cilindrata inferiore a 1,200cc (125cc per i motocicli);

  2. Possono partecipare solo veicoli che abbiano più di 10 anni di età (6 anni se mezzi di soccorso);

  3. L’unico scopo è la beneficienza, quindi bisogna donare un importo minimo;

  4. Infine, è consigliato (ma non obbligatorio), non utilizzare né navigatori satellitari né autostrade.

E’ molto importante precisare che durante lo svolgimento della gara non vi è alcun tipo di assistenza tecnica, organizzativa o medica. Si è realmente SOLI! Dovrete sopravvivere…

Avendo partecipato all’edizione del 2018 ho pensato bene di scrivere questo articolo/guida per i tanti che intenderanno affrontare il Mongol Rally dopo di me, perché ci sono molte cose che mi sarebbe stato utile sapere prima o durante il rally e non ho trovato online. Dunque, iniziamo!

15 Consigli fondamentali:

  • Non sottovalutatelo, non è un gioco
  • Organizzatelo con ampio anticipo (almeno 3 mesi)
  • Pianificate al dettaglio l’itinerario e rispettatelo
  • Procuratevi come prima cosa auto e visti (le cose più difficili e costose)
  • Fatelo con amici stretti e impegnatevi a versare una caparra interna per evitare ripensamenti
  • Guidate il più possibile con la luce del sole
  • Salutate tutti per strada
  • Tenetevi un margine di tempo libero di almeno 40/45 giorni (in meno di 35 non ci riesce nessuno)
  • Spenderete più di quello che calcolerete (€ 3.000/4.500 a testa)
  • Trattate su ogni cosa in ogni paese, vi andrà bene
  • Portatevi oggetti da regalare (orologi di plastica, palloni, magliette, adesivi)
  • Scaricatevi app come “maps.me” e procuratevi molte cartine e guide cartacee dall’Iran in poiIMG_3581
  • Partite con molti dollari contanti (dopo la Turchia non troverete né atm né pos, ma i dollari li accettano ovunque)
  • Cercate di non arrivare mai alle dogane di notte, di domenica o all’ora di pranzo, capirete il perché
  • Portatevi cibo non deperibile di scorta (tonno, cracker, biscotti, fagioli, pasta, patatine)
    Adesso, dopo esservi imparati a memoria i 15 comandamenti da sapere per affrontare questa avventura, vi descriverò nel dettaglio ogni aspetto da tenere a mente per poterla superare con successo (solo il 50% circa dei partecipanti riesce ad arrivare al traguardo e ancora meno sono quelli che riescono ad arrivarci entro 40 giorni). 
  1. AUTO:

L’aspetto in assoluto più importante e determinante per il corretto svolgimento del Mongol Rally. La metà delle persone non riesce ad arrivare al traguardo proprio a causo di guasti al veicolo, dunque è di fondamentale importanza acquistare o utilizzare l’auto giusta. Per prima cosa però ricordatevi di recarvi alla motorizzazione civile e richiedere la Patente Internazionale di Guida (costa pochi euro e ci vogliono 3 giorni lavorativi per ottenerla, ecco il link: https://bit.ly/2BL6Ntl).

  • Quale scegliere: le regole vi obbligano ad iscrivere un’auto che abbia meno di 1.200cc e più di 10 anni di vita. La prima cosa da fare (con larghissimo anticipo fidatevi! Perché vi porterà via almeno 2 mesi la ricerca) è cercare di stringere accordi di sponsorizzazione con officine o rivenditori di auto così da avere uno sconto sul veicolo usato, oppure ricercarlo online. Il prezzo medio per un’auto con queste caratteristiche è intorno ai 500/700€ ma se volete andare sul sicuro ed acquistare un’auto che non abbia ingenti danni e che sia resistente spenderete intorno ai 1.000€. Le auto più utilizzate al Mongol Rally sono: Fiat (considerata la scelta migliore in questa manifestazione), Nissan, Seat. Io ho partecipato con una Opel Agila, eravamo gli unici ad aver fatto questa scelta e si è rivelata vincente perché è un’auto con una resistenza incredibile e prestazioni molto superiori alla media quindi CONSIGLIATISSIMA! Infine, molti partecipano con auto goliardiche (ambulanze, carri funebri, autobus, pulmini, furgoncini del dopoguerra, macchine d’epoca), sappiate che al di là della goliardia è molto molto molto difficile riuscire ad arrivare fino in fondo con questi veicoli quindi ponderate bene la vostra scelta. IMG_4876
  • Come prepararla: prima di acquistare l’auto usata fatela vedere dal vostro meccanico di fiducia per capire se è in buone condizioni e se può sostenere 15.000/20.000km di strade sterrate e buche. Una volta acquistata portatela comunque dal vostro meccanico o da un meccanico adatto (noi abbiamo utilizzato i ragazzi di The Garage, molto conosciuti ed esperti in questo tipo di modifiche, ve li consiglio anche per l’ottimo trattamento ed il prezzo) e fatevi consigliare tutte le modifiche necessarie, in assoluto ricordatevi di far istallare una lastra di protezione al motore perché riceverete molti colpi sotto al veicolo, montare delle gomme 50% sterrato e di far sostituire le sospensioni con quelle grandi da carico ed alzare l’assetto con spessori sulle sospensioni. Infine, comprate dei faroni per la luce ed una piattaforma/portapacchi resistente da far montare sul tettino, la piattaforma vi servirà per taniche della benzina, sacchi a pelo, cibo e tutto ciò che dovrete trasportare. Più spazio riuscite a preservare all’interno dell’abitacolo più sarete comodi. Già queste poche modifiche vi cambieranno l’intera esperienza e vi salveranno in moltissime situazioni (ricordatevi che oltre alle enormi buche e alle strade sterrate, dovrete anche guadare fiumi e attraversare deserti, steppe e terreni rocciosi). Molti team per esempio utilizzato una piattaforma che la notte si trasforma in tenda e dormono sopra la macchina (molto utile in molte circostanze).
  • Come riempirla: Qui potete sbizzarrirvi e portarvi di tutto. Ciò che non deve mancare sono almeno due taniche di benzina (da 10L vanno benissimo, da 20L ancora meglio), una tanica con rubinetto per l’acqua (fate in modo di trovarla!), una scatola grande e ben sigillata di cibo (con crackers, tonno, patè, pasta, patatine, fagioli, ceci, scatolame, latte condensato, caffe solubile in acqua, biscotti e ciò che può venirvi in mente da consumare anche a distanza di un mese o da regalare in quelle zone), camping gas con bombolette di ricarica, tende e sacchi a pelo, materassini, kit di pronto soccorso e farmaci noti, sacchi neri dell’immondizia (per coprire i bagagli dalla sabbia), torce (almeno 2), mini frigo da viaggio, caricatori per tutto (telefoni, frigo, ecc), casse bluetooth (la musica vi salverà…), una batteria di emergenza (se non la utilizzerete potrete sempre venderla lungo la strada, 2 gomme di scorta, cuscini (tanti!) e poggiaschiena da viaggio (tipo quelli che utilizzava vostra nonna e che avete sempre preso in giro, ecco quelli).
  1. ITINERARIO:

Secondo passo, scegliere il percorso.

  • Quale fare: Riunitevi con i vostri compagni di viaggio e scegliete bene insieme dove passare e cosa vedere. I percorsi da poter fare sono 3: Nord, Centro, Sud. Quello più veloce e più facile è il Nord (R.Ceca – Slovacchia – Polonia – Ucraina – Russia – Kazakistan – Mongolia), quello più scelto è il Centro (R.Ceca – Slovacchia – Ungheria – Romania – Mar Nero – Georgia – Armenia – Azerbaijan – Mar Caspio – Kazakistan – Uzbekistan – Kirghizistan – Mongolia), quello più lungo, difficile e indimenticabile è il Sud (R.Ceca – Slovacchia – Ungheria – Romania – Bulgaria – Turchia – Iran – Turkmenistan – Uzbekistan – Tagikistan – Kirghizistan – Kazakistan – Russia – (Cina) – Mongolia). Dato che è un viaggio che non vi ricapiterà mai nella vita io vi consiglio il percorso Sud, sono 18/19 paesi ma sarà davvero un’esperienza indimenticabile.
  • Visti: Ottenere i visti di ingresso è una pratica lunga e costosa, noi siamo stati costretti a ridurci all’ultimo ed abbiamo speso oltre 3.000 € per le procedure di urgenza, se riuscite a farli fin da subito vi costeranno 1/3. Se non avete qualche visto non preoccupatevi perché la maggiorparte dei visti è possibile farla anche sul momento nelle dogane, però se partite con tutti i visti è meglio. Il visto più difficile da ottenere è quello del Turkmenistan quindi occupatevene per primi anche recandovi personalmente all’ambasciata. Per tutti gli altri paesi vi consiglio di affidarvi ad una qualche società che fa questo di lavoro e che sia in grado di sbrigare tutte le pratiche per voi (noi ci siamo trovati molto bene con la Projet Service).
  • Dove dormire: Sappiate che su circa 40 giorni almeno 5/6 dovrete per necessità passarli in tenda per mancanza di centri abitati, quindi i posti dove vi consiglio assolutamente accamparvi sono: Partenza (obbligatorio), Iran (nel deserto a sud), Turkmenistan (alla “Porta dell’Inferno”), Tajikistan (Pamir), Mongolia. Per tutto il resto vi consiglio di cercare in anticipo hotel o ostelli disponibili. Gli hotel a 3 stelle sono un’ottima via di mezzo in quanto costano davvero poco (in media 7/8 € a notte a persona) e trattando si possono ottenere tranquillamente anche sconti del 50%. 
  • Dove mangiare: I ristoranti come gli hotel costano davvero poco, con pochi dollari fate pasti completi. Da mangiare comunque non mancherà mai, anche in mezzo al nulla troverete sempre persone ospitali del posto che vi offriranno da mangiare, i negozi di alimentari costano comunque davvero poco quindi quando li trovate vi consiglio di accumulare provviste. Sono paesi dove si mangia quasi ovunque lo stesso tipo di cibo: riso, zuppe, kebab e carni varie.
  1. COSTI:

La parte più delicata, dunque leggete con attenzione per non avere brutte sorprese…
Il budget totale da considerare è di circa
3.000/4.500 € a testa ripartiti nel seguente modo:

  • Auto: per acquistarla se siete più o meno fortunati spenderete dai 700 € ai 1.200 €, più assicurazione, passaggio di proprietà e modifiche varie raggiungerete un totale di spesa di 2.000 €, quindi facendo parte di un team di almeno 3 persone la vostra parte sarà circa 700 €;
  • Benzina: in quei paesi la benzina costa davvero poco, a volte vi torverete a fare un pieno con soli 2 €. Ma sono comunque 20.000km, quindi spenderete massimo 1.500 € in totale per fare più o meno i 60 pieni che vi serviranno durante tutto il viaggio, in 3 sono 500 € a testa.
  • Hotel: anche dormendo ogni notte in hotel comunque non supererete i 400 € a testa;
  • Cibo: tra quello che porterete e quello che comprerete anche qui siamo su cifre molto basse, diciamo sui 600 € a testa;
  • Visti: una delle cose più costose del viaggio, ma indispensabile. Se siete bravi e vi organizzate in anticipo spenderete sui 500 € a testa compreso i soldi che dovrete pagare alle dogane per passare con l’auto, se invece vi riducete all’ultimo e attivate procedure di urgenza allora arriviamo a 1.000 € a testa;
  • Aereo: ricordatevi che dovete tornare con l’aereo perché la macchina o la rottamate o la imbarcate in Russia, quindi considerate un bel volo di ritorno Russia – Italia (NON prendetelo in anticipo ma solo il giorno che siete sicuri della data di arrivo) che vi costerà molto, siamo sui 600 € a testa;
  • Varie: souvenir, riparazioni improvvise, esperienze, ingressi musei, attività, sim locali ecc ecc, 200 €.
  • Iscrizione in beneficienza: circa 500 € a persona più tutto ciò che riuscite a raccogliere e volete donare in beneficienza.

TOTALE: € 4.000 in media a persona.
Motivo per cui è importantissimo trovare sponsor, amici e parenti disposti ad aiutarvi. Anche perché lo scopo vero di questo viaggio è donare il più possibile in beneficienza! Quindi impegnatevi…

  1. INFO UTILI:

Se volete portarvi il drone fatelo perché vi regalerà dei video pazzeschi ma considerate che in alcuni paesi (Turkmenistan e Uzbekistan) è vietato quindi o lo nascondete MOLTO bene (consigli provati con successo: tra le mutande sporche o sotto la ruota di scorta) oppure dichiaratelo ad ogni dogana e ve lo sigilleranno fino alla dogana successiva. Ricordatevi che in Turchia e nei paesi islamici le donne DEVONO girare con il corpo e la testa coperte e gliIMG_4526 uomini NON possono assolutamente avere pantaloncini corti. In Iran non fate mai il segno OK con la mano (il pollice all’insù) perché da loro equivale al nostro dito medio (non sto scherzando!). Non utilizzate lavanderie in Turkmenistan (abbiamo lavato 10 magliette, 10 mutande e 10 calzini e ci hanno portato un conto di 170 €…), in Uzbekistan non si trova spesso la benzina quindi fatela prima di entrare nel paese. Dalla Turchia in poi non consiglio di mettere mai la benzina da 95 o 98 ottani perché la diluiscono con l’acqua e vi guasta il motore. Andate sempre sul sicuro con la 92. In molti paesi vi sono due tassi di cambio diversi, uno ufficiale (banche, exchange, negozi, atm), l’altro “non ufficiale” (bazaar, gioiellerie, centri abitati), ad esempio in Turkmenistan il cambio ufficiale è 1$=3,5Manat, ma nei bazaar gli abitanti del posto vi cambieranno i soldi a 1$=16Manat (ben 5 volte di più!). Infine, cercate sempre di non rifiutare mai inviti a pranzo, cena, dormire, tè, ecc perchè si offenderebbero molto e sono comunque esperienze che vi cambiano la vita e varrebbero da sole l’intera avventura.

  1. COSE IMPERDIBILI DA VEDERE:

IMG_6046Vi divertirete sicuramente già da soli a cercare online e comprare guide turistiche per segnarvi i posti da vedere ma magari posso aiutarvi con qualche dritta:

  • Transfagarasan (Romania): considerata la strada più bella del mondo, percorretela!
  • Goreme (Turchia): uno dei posti più belli, vi farà assaporare la vera Cappadocia, se potete svegliatevi all’alba per vedere le mongolfiere sul canyon;
  • Persepoli (Iran): le rovine della magnificente Persepoli, lontano ma vale la pena!
  • Isfahan (Iran): il centro del mondo. Molto carina, da passarci un paio di ore o un pranzo/cena;
  • Yazd (Iran): una vera e propria città antica nel deserto, intrigante, dormiteci una notte;
  • Asgabat (Turkmenistan): città surreale, quasi finta. E’ la città più bianca e pulita al mondo, immersa nel lusso, ma senza alcun cittadino. Vi sembrerà di essere in “The Thruman Show”;
  • Porta dell’Inferno (Turkmenistan): forse in assoluto l’esperienza più bella del Mongol Rally, non potete saltarla. Anzi, accampatevi e dormite nel deserto intorno;
  • Samarcanda (Uzbekistan): suggestiva, visitate la piazza centrale, città bellissima;
  • Pamir (Tagikistan): una delle strate più belle e pericolose al mondo. Molto dura, circa 800km tra burroni e dirupi a pochi metri dal confine Afghano, velocità media 40km/h, ci metterete almeno 2/3 giorni ma vale la pena davvero;
  • Charyn Canyon (Kazakistan): un Canyon mozzafiato a poche ore da Almaty;
  • Terme naturali di Tsenkher (Mongolia): rovinate dal turismo e dai “resort” ma vi rimetterà al mondo passarci qualche ora.

Mi sembra di non aver dimenticato nulla, se volete avere qualche altra ispirazione potete riguardare le mie stori e i miei post del Mongol Rally sul mio profilo instagram (@giallucoma) oppure contattarmi quando volete per farmi domande o farvi aiutare più che volentieri nell’organizzazione del viaggio tramite la mia mail: glcomandini@gmail.com.

Spero che questa guida possa esservi utile e se siete indecisi: FATELO! Perché è un’esperienza che vi cambierà davvero la vita, non so se mi ricapiterà mai nulla di simile, porterò sempre con me il ricordo e gli insegnamenti di ogni singola persona, esperienza e paesaggio incontrati.

In bocca al lupo avventurieri!

traguardo mongol rally

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Cos’è Heroes – meet in Maratea?

Una volta l’anno, per tre giorni di fila, centinaia di innovatori seriali, imprenditori, studenti, startupper, curiosi e sognatori si ritrovano sotto l’abbraccio del Cristo Redentore che sempre veglia sulla gente di Maratea. Perché lo fanno? Li ha costretti qualcuno? L’ha detto il dottore? Ognuno ha le sue buone motivazioni, io voglio raccontarvi della mia personale esperienza. E’ il 2016 quando vengo contattato per partecipare ad una serie di incontri sull’Innovazione a Maratea. Ricordo ancora la mia ignoranza geografica nel rispondere “ah buono, non sono mai stato in Calabria!” Ma, ovviamente, Maratea si trovava in Basilicata (e da quello che so sta ancora lì…) bandiera heroes maratea
A parte questo piccolo incidente di percorso, mi viene detto che un gruppo di ragazzi aveva deciso autonomamente di far parlare del loro Sud. Di un sud che spesso viene snobbato e ancor più spesso proprio dimenticato.La sfida mi piaceva, tanto. Anzi, mi è piaciuta fin dal primo istante anche perché a garantire c’era un grande amico e professionista, Jacopo Mele (Guedado) uno dei primissimi colleghi a supportare il sogno e la follia di questi visionari che volevano urlare al futuro di cambiare strada per un attimo e passare anche dalla Basilicata. Già da quella prima edizione la mia fiducia venne subito riconfermata nonostante fosse quasi impossibile riuscire bene fin dall’esordio, ma soprattutto mettere d’accordo così tanti professionisti e riuscire a portarli in un posto tanto splendido quanto “disconnesso” dal resto del paese.
Non avevo capito che la vera sfida per loro era proprio quella, creare un Festival Europeo dell’Innovazione in un posto che di innovazione aveva ben poco, parlare di futuro in un luogo in cui il futuro impiegava ore e ore di treno e pulmino su strade dissestate per arrivare. Far parlare persone di paesi e settori diversi senza utilizzare il solito cellulare. Ricordo molti di noi spaesati perché il wifi non prendeva o perché non riuscivamo a fare telefonate di lavoro, non capivamo che era lì il messaggio. Quella sarebbe stata la magia generatrice di Heroes. E’ stato esattamente quello l’esatto momento in cui, forse per la prima volta, mi sono reso conto che si può fare innovazione anche senza essere costantemente “online”, e che in fondo nella nostra vita quotidiana siamo tutti perennemente connessi ma poi in realtà non ci siamo mai…

comandini heroesQuest’anno “Heroes – meet in Maratea” ha dato vita ad un secondo piccolo miracolo, anche se ormai da Michele Franzese, Andreina Romano e Valentina Cillo (i fondatori ed ideatori del festival) c’era da aspettarselo che sarebbe stato un altro grandissimo successo. Tuttavia mai avrei pensato di veder raddoppiati l’entusiasmo e la partecipazione dei tanti ospiti, il livello degli speaker coinvolti e, soprattutto, le ospitate “vip” durante le tre serate dell’evento. E’ stata un’esplosione intensa ed intensiva di vera innovazione, ma quel che è più importante è che Heroes è stato ancora una volta in grado di mettere insieme personalità di diverse età, paesi, mentalità e settori in una contaminazione che fa bene al nostro paese, anzi dovrebbe essere da lezione a tanti, troppi colleghi che di innovazione concreta ne fanno ben poca. Maratea è il posto in cui la mattina assisti alla competition tra piccoli geni e startup di ogni tipo, il pomeriggio ascolti speaker venuti da tutto il mondo a raccontarti il loro percorso di innovazione e la sera ti ritrovi in tavolate lunghissime a mangiare pizza, buon pesce o bere vino tra giornalisti, studenti, curiosi e imprenditori, ognuno con la sua visione, ognuno con il suo racconto da fare ma, ciò che più conta, ognuno con quell’incessante voglia di ascoltare l’altrui pensiero e mettersi in gioco davvero.
heroes comandini la mesa

Alla qualità degli interventi e dei seminari organizzati va poi dato il giusto merito ad un team di decine di giovani ragazzi volontari che corrono su e giù per fare in modo che tutto sia perfetto ed organizzato nel minimo dettaglio e anche sulla logistica viene da stupirsi di come sia possibile che ragazzi volontari che fino a qualche settimana prima neanche si conoscevano possano rendere operativa e funzionante una struttura così complessa e delicata, non so quale sia il segreto di Michele ma funziona! E che funziona ce lo ha dimostrato l’edizione di quest’anno, alla quale hanno partecipato istituzioni, gente del posto e il sindaco stesso di Maratea, a riconferma del fatto che la vera impresa è stata creare un hub che facesse bene al territorio locale e benissimo all’interno paese. Impossibile a dirsi, incredibile a farsi.
Dico sempre che “non si può parlare di innovazione, l’innovazione si deve fare”, stavolta devo ricredermi. Ad Heroes ci si può permettere di parlare perché parla solo chi l’innovazione l’ha fatta e la sta facendo, e forse servirebbe a tutti noi farci 3 giorni di “vacanza” nella perla del Tirreno perché magari è già durante il viaggio nella navetta che ti viene a prendere alla stazione che farai l’incontro che ti cambierà la vita.

maratea
Voglio raccontarvi un aneddoto che forse meglio di me può descrivervi cos’è Heroes. Io odio i peperoni, non li ho mai sopportati. Il primo giorno di festival, Jacopo Mele mi offre un pacchetto di patatine. Dal suo ghigno dovevo capire che patatine non erano, ma mi fido. Le mangio, tutte. Mi lecco anche le dita. Erano le patatine più buone mai assaggiate in vita mia, chiedo quale fosse la marca. Cruskees. Non erano patatine, erano peperoni cruschi. Quei peperoni erano più buoni di qualsiasi patatina io avessi mai assaggiato prima. Probabilmente se mi avessero detto prima che erano peperoni, non li avrei mai mangiati in vita mia. Ecco, credo sia proprio questo Heroes.pubblico heroes maratea Quel luogo a strapiombo sul mare dove non puoi sapere prima quello che succederà, ma non importa i pregiudizi che hai, le scottature che hai preso, la difficoltà nell’arrivare ad un risultato, tu arrivi lì, ti puoi immergere nella festa e otterrai sicuramente qualcosa di inaspettato per te stesso o per il tuo sogno. Sicuramente torni a casa con qualcosa che prima non avevi, seppure fosse un pacchetto di peperoni cruschi. E’ solo questo Heroes, nient’altro.

Non ci credete? Allora ci vediamo a Settembre, sempre lì, sempre a Maratea!

E ricordatevi che non c’è eroe senza pubblico. Siate tutti eroi, ma ancor prima siate il pubblico. Buona rivoluzione Heroes…

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Cos’è Digithon? E perché fa bene al paese

Locandina Digithon 2017

Bisceglie puzza di futuro. Sì, esatto puzza. Il termine non è casuale e l’accezione non è quella negativa. Perché a profumare son capaci tutti. Basta spruzzarsi qualche bella parola addosso, ricca di speranza e futuro ed ecco che abbiamo innovazione un po’ ovunque. Ma di innovazione non si parla, la si fa. Mentre il profumo se lo può mettere chiunque pur di apparire, la puzza devi avercela proprio impregnata addosso, ti nasce dalla pelle, dal sudore, dalla fatica di chi le mani se le sporca per il futuro di questo paese. Ed è proprio questo che ho visto e sentito in Puglia. 

comandini digithonDIGITHON è il match armonico tra chi sogna, chi spera, chi afferma, chi crea, chi giudica, chi studia e, soprattutto, chi fa. Allora chapeau a chi le mani se le è sporcate come Francesco Boccia, Letizia D’Amato e tutto l’incredibile staff di volontari che sono riusciti in soli due anni a creare un ecosistema che sta funzionando davvero e che non ti lascia, come spesso accade in altre manifestazioni, il sapore in bocca di qualcosa di sentito e risentito e che morirà lì, quell’amaro di mille parole dette da qualche istituzione per convincerti che bisogna credere nei giovani per far ripartire questa Italia ma che poi a telecamere spente torna alla sua comodissima poltrona piena di vecchiume, dove i giovani neanche riescono ad avvicinarsi. A Digithon la puzza di chiuso non c’è, qui c’è puzza di aperto.

E che il futuro passa da qui portando rispetto al passato lo si nota subito dalla location, le “Vecchie Segherie” di Bisceglie trasformate oggi con genialità dal simpaticissimo Mauro Mastrototaro in una suggestiva libreria affiancata da un punto di ristoro con terrazza all’aperto ed enormi sale per eventi e conferenze come appunto il Digithon. E non sono forse proprio questa passione e questa creatività di partire dal passato per arrivare velocemente ad un futuro ignoto e carico di sorprese inaspettate a doverci trascinare nella vera innovazione?

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Pokemon GO
Tutti ne parlano, è l’App del momento: Pokémon GO! Però c’è da dirlo, non ne parlano tutti bene eh…
Anzi, si può dire che il mondo si sia spaccato in tre parti, da un lato ci sono quelli che ci giocano (la maggioranza), da un altro lato quelli che la criticano e la accusano di rubarci dati o trasformarci in zombie del terzo millennio (ma spesso comunque ci giocano lo stesso…) e, infine, il terzo polo è composto da coloro che non ci giocano ma non ci trovano nulla da dire, insomma non se la filano proprio (attenzione però perché Dante gli ignavi li collocava nell’Antinferno con Ponzio Pilato e Celestino V, un motivo ci sarà). 

Tuttavia, tutto questo parlare del successo incredibile che in sole 24 ore ha avuto “Pokémon GO” è servito forse a distogliere l’attenzione da una serie di elementi che è bene analizzare con cautela per poter, come sempre, avere una visione a 360° di ciò che accade, soprattutto in tempi moderni in cui il mondo dell’innovazione e delle tecnologie corre sempre più veloce e non facciamo in tempo a fermarci a scaricare un’app che già ne è uscita una più accattivante.
E’ un 2016 che sempre più ci ha abituati alla nascita di “unicorni”, avete presente quelli bianchi con il corno in fronte? Nel Medioevo si diceva che solo una vergine potesse catturarne e possederne uno, oggi invece solo un Venture(Capitalist) può…
Ma non siamo nel Medioevo, siamo nell’era delle Startup e nel gergo del Venture Capital un unicorno è proprio una semplice startup (spesso che operi in ambito tecnologico o digitale) con una piccola caratteristica però, ovvero che la sua valutazione supera la soglia di $1 miliardo. Attualmente ci sono oltre 250 startup che si qualificano come unicorni, con una valutazione aggregata che supera i $1.300 miliardi.
Non più tanto una leggenda.12472504_1330384106990165_3660926041587901455_n
Un dato ancor più interessante se si considera che il 75% delle imprese censite come unicorni è stato fondato negli ultimi 10 anni. Quindi, forse non dovremmo poi insospettirci troppo se un “giochetto” così innovativo che sfrutta la realtà aumentata e, soprattutto, che si appoggia alla nostalgia degli anni ’90 (lo ammetto, anche io sono nato nel 1990 e sono cresciuto a pane e pokémon) abbia avuto un successo così esponenziale. Anche se, mi aspetterei di vederci giocare la mia generazione, al massimo quelli un po’ più piccoli che anche se non conoscono i pokémon sono comunque attratti dalla novità, ma allora perché quando passeggio per Roma durante la pausa pranzo o esco dall’ufficio vedo 50enni correre per strada lanciando pokéball o automobili zigzagare per la tangenziale e inchiodare all’improvviso per non investire Pikachu?? Ma non è che forse, come spesso accade, è qualcosa di più di una moda? Non è che c’è una precisa strategia dietro che forse va avanti da mesi, o forse anni, o forse decenni?

Allora provo a divertirmi con qualche ipotesi e tirare giù qualche dato…
La prima informazione sospetta che sarà balzata agli occhi di tutti è che una volta installata l’app non c’è il classico “login with Facebook” ma un insolito e raro “login with Google”, cioè un’app che punta a diventare l’app più scaricata del mondo non ti permette l’accesso istantaneo e comodissimo tramite Facebook, anzi, addirittura non nomina minimamente da nessuna parte il social network più diffuso al mondo (neanche nella condivisione dei risultati o nell’invito di altri giocatori) ma si basa solo ed unicamente su un account Google (raramente utilizzato per giocare). Come se non bastasse, il fondamento dell’intero gioco è proprio uno strumento di google: “Google Maps”. Senza la fantastica mappa di google, infatti, il nostro allenatore di mostriciattoli non potrebbe muoversi per tutte le viette del mondo conosciuto e completare il suo esercito di demoni alla conquista del mondo in una nuova crociata all’insegna della Cristianità (ah no scusate mi ero fatto prendere dal fomento…).
PlusContinuiamo con gli indizi degni di attenzione: il design di “Pokémon GO Plus” (uno strumento per videogiocatori, indossabile, in vendita a $34,99 e già esaurito) come se non bastasse, è un mix fra il logo dei Pokémon e il “segnaposto” di Google Maps. A sottolineare ancora una volta l’enorme legame fra Google e questo gioco.

Quindi finora sembrerebbe un’app google-centrica, piuttosto insolito. Ma a questo punto vediamo chi è il produttore di questo fenomeno mediatico, ci aspetteremmo di vedere in prima fila la Nintendo, ma non è proprio così, anzi, pare che la Nintendo, contrariamente da quanto sostenuto da qualche “giornaletto”, ci stia guadagnando poco o nulla. Infatti la società proprietaria di “Pokémon GO” a quanto pare è una (semi)sconosciuta “Niantic, Inc.”
Nome piuttosto familiare ora che ci penso, son quasi sicuro di ricordarmi che circa 6 anni fa Google lanciò una certa “Niantic Labs”, fondata da John Hanke. Lo stesso John, 12 anni fa, nel 2004 era stato acquisito dal colosso di Mountain View con la sua start-up “Keyhole” (che coincidenza, Google ha sborsato $35 milioni per questa start-up subito dopo che un fondo della CIA chiamato “In-Q-Tel” aveva investito entrando anch’esso nella società) da cui guardacaso nacquero Google Earth e Google Maps… ma non finisce qui, ora arriva il bello.The-Niantic-Project-Ingress
Nel 2012 la Niantic lancia un gioco chiamato “Ingress”, un videogioco di realtà aumentata che ha come interfaccia grafica proprio le Google Maps e come campo di gioco proprio il mondo (mancano solo i Pokémon dentro). Non viene pubblicizzato quasi per nulla, fa circa 14 milioni di downloads e centinaia di migliaia di persone partecipano a eventi dal vivo organizzati nell’ambito del gioco, ritorvandosi in vere e proprie “ronde di gruppo” (qualcosa di familiare con ciò che sta accadendo tramite Pokémon GO?)
Nel 2015, poi, la notiziona, Google improvvisamente cambia nome, o per essere precisi nasce “Alphabet” (la compagnia madre di Google) e, subito dopo, si decide di far diventare Niantic una società indipendente. Seppur Google sia rimasto come investitore, come conferma un dirigente di Google al Techcrunch«Niantic è pronta ad accelerare la propria crescita, diventando una società indipendente, cosa che li aiuterà ad avvicinarsi a investitori e partner nel mondo dell’intrattenimento. Saremo contenti di continuare a sostenerli mentre porteranno esplorazione e divertimento ad ancora più persone nel mondo».
Neanche due mesi dopo, Google, The Pokémon Company e Nintendo investono su Niantic, Inc oltre 20 milioni di dollari per porre le basi di Pokémon GO. A questo punto mi torna in mente un episodio che avevo quasi rimosso, il 1° Aprile di un quasi lontano 2014, Google fece un pesce d’aprile al mondo riempiendo le proprie mappe di Pokémon da catturare. Credo sia a questo punto più che scontato pensare che “Ingress” e il “Pesce d’aprile” non fossero fenomeni casuali e scollegati tra loro ma fossero veri e propri test. Anzi, probabilmente test di preparazione al lancio di un’arma che Google era costretto ad usare per non lasciare il monopolio “Social” a Zuckerberg. Dopo il fallimento (con tanto di figuraccia) di “Google Plus”, era forse impensabile veder nascere un fenomeno più virale di Facebook, eppure Google ci insegna che bastano qualche decina di milioni di dollari, un po’ di CIA, un genio sviluppatore, la nostra infanzia e, soprattutto, una strategia lenta ma ponderata per ottenere il risultato che nessuno poteva immaginarsi. DatiPokémon GO, in sole 24 ore, nel primo giorno di lancio ha superato i downloads dell’app di incontri Tinder, ma anche quelli di colossi proprio come Facebook e Twitter. Gli utenti ci passano più tempo che su WhatsApp, Instagram, Snapchat e Messenger (attualmente la media giornaliera di fruizione è di oltre 45 minuti). Inoltre, il nuovo gioco Nintendo ha più ricerche su internet rispetto ai siti porno, come confermano i dati di Google Trends.

Dunque, il vero dato importante non è il record raggiunto di download o di utenti attivi ma il fatto che questo colpo incredibilmente strategico e mosso da determinate tecniche di psicologia di massa riposiziona improvvisamente Google nella dimensione social. Proprio quel campo di battaglia nel quale si pensava che non potesse più competere con Facebook.
Ed ecco che giorno dopo giorno Google, attraverso Niantic, sta raccogliendo proporzionalmente più utenti di Facebook ma, soprattutto, si tiene i loro dati senza doverli condividere minimamente con Mark.
Non solo, subito si aprono nuove frontiere per il Local Marketing, per l’eventistica e per moltissime altre dinamiche pubblicitarie. Ma più di tutto, Google mette il cappello (forse!) su un mondo nuovo che sembrerebbe già superare quello dei social, il mondo della realtà aumentata. Ora, la mano passa a Facebook, e per la prima volta sarà Zuckerberg a dover inventarsi qualcosa per provare ad entrare nel mercato della realtà aumentata e raggiungere Google.

Ma in tutto questo, Nintendo che c’entra? I Pokémon sono di Nintendo, qualcosa ci guadagnerà? NO. Probabilmente, contrariamente a quanto si vuol far credere e si legge su diversi giornali, il successo di Pokémon GO non si ribalterà interamente su Nintendo, questo dipende dalle quote di proprietà effettive del progetto. Pokémon GO è sviluppato e distribuito da Niantic, spin-off della società che sta in cima alla piramide di Google, Alphabet appunto. Anche Nintendo fa parte dell’azionariato della Niantic, ma in misura notevolmente più ridotta.pokemon-go-apk-2 Per quanto riguarda lo sfruttamento dei Pokémon, questo è in capo alla Pokemon Co., della quale Nintendo ha solo il 32% e che incassa un “compenso per la compartecipazione” allo sviluppo del gioco Pokémon GO. In pratica, ogni guadagno di Pokémon GO passa attraverso Google e Pokemon Co. per arrivare infine a Nintendo con un processo i cui dettagli non sono pubblicamente reperibili. Secondo una stima degli analisti di Macquarie, il beneficio economico per Nintendo dall’app si limiterebbe al 13% del totale, mentre gli esperti del Financial Times sono più ottimisti ed indicano un 30%.
Ciò che è certo è che, come la società di analisi finanziaria Slice Intelligence fa sapere, Pokémon GO pochi giorni fa è riuscito nel difficile intento di produrre da solo il 47% dei ricavi totali giornalieri del mercato mobile.
In altre parole, in 24 ore il gioco ha generato più denaro di tutte le altre app messe insieme. Addirittura, molti degli utenti che hanno speso e stanno spendendo soldi veri nel gioco si sono approcciati per la prima volta al mercato delle microtransazioni e la percentuale di nuovi clienti si aggira intorno al 53%, generando guadagni pari a circa $6,5 milioni al giorno!

Cool-Zapdos-Pokemon-Go-Wallpaper-HDA questo punto, per deformazione professionale, sono portato ad elucubrare nuovi modelli di business e immensi disegni commerciali ancora da scoprire. Pokémon GO per ora ha messo a disposizione solo la prima generazione di mostriciattoli, ne mancano ancora molti (soprattutto rari) da rendere disponibili. Immaginiamoci cosa potrebbe accadere se una volta saturato il mercato e cioè raggiunto un numero alto di utenti e completata quasi tutta la collezione di Pokèmon, l’app decidesse di “vendere” le creature più rare e non disponibili a determinati brand. Ad esempio ci trove
remmo ovunque la pubblicità di un evento “Nike” in un determinato negozio di proprietà in cui sarà possibile catturare quel determinato Pokèmon introvabile ma solo dopo essersi iscritti all’evento ed aver ad esempio acquistato €100 di prodotti Nike…

Infine, già che ci siamo, avventuriamoci anche in qualche tesi complottista, a detta di esperti come Adam Reeve, l’app gratuitaper iOs e Android, Pokémon Go garantiva in una prima fase di lancio pieno accesso al profilo di Mountain View degli utilizzatori della versione del sistema operativo di Apple. Questo vuol dire che è potenzialmente in grado di vedere e modificare quasi tutte le informazioni del profilo: dalla posta elettronica alle foto passando per i documenti archiviati in cloud. Un’esca incredibile per gli hackers di tutto il mondo. Pare sia stato dovuto a questo il ritardo di qualche settimana nel lancio ufficiale in Europa.
Ma sicuramente Niantic l’avrà risolto in tempo…

Ora scusate, è apparso Bulbasaur.
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Mark Zuckerberg dona 45 miliardi…a se stesso!

mark-zuckerberg-889x591In un mondo ormai così sporcato dai meri interessi economici e con il potere in mano ad una manciata di persone, per fortuna ci sono ancora persone generose. Filantropi disposti a spogliarsi di tutto ciò che hanno (un po’ come il San Francesco d’Assisi dei tempi antichi) per donare agli altri…
Ed oggi la notizia più cliccata del momento narra le incredibili gesta di uno di questi filantropi, Mark Zuckerberg. Proprio in concomitanza della nascita di sua figlia ha deciso di seguire le orme del Santo di Assisi e di scrollarsi di dosso il pesante fardello di tutti i miliardi che aveva per donarli in beneficienza a….se stesso. Ebbene sì.
Un gesto degno di un qualsiasi imprenditore in cerca di qualche escamotage di escapologia fiscale, sarebbe passato in secondo piano se l’avesse fatto un Donald Trump qualsiasi, o forse sarebbe stato demonizzato e criticato da tutto il mondo se l’avesse fatto un Silvio Berlusconi all’italiana, ma, dato che a farlo è stato un genio del marketing ed intoccabile come Mark Zuckerberg, ecco allora che all’improvviso diventa “l’uomo più generoso sulla Terra.”
Sia chiaro, non voglio fargli i conti in tasca e dirvi quanto gli sia convenuta attuare questa strategia fiscale (o forse sì..), non voglio starvi ad evidenziare ed analizzare il soggetto destinatario di questa cospicua donazione (o forse sì..), ma voglio almeno potermi scandalizzare e anche un po’ sdegnare per come, ancora una volta, per il dio denaro sia stata strumentalizzata una bambina neonata e, soprattutto, miliardi di allocchi ci siano cascati, elogiando ovunque sul web il nuovo idolo delle folle, il supereroe Mark Zuckerberg. Ancora lui. E ancora voi, che, come sempre, vi fermate ai titoloni da condividere in stile: “INCREDIBILE! Mark Zuckerberg fa una figlia e dona 45 miliardi..”, senza almeno cercare di capire a chi li dona ‘sti 45 miliardi!charity

Per fortuna (o sfortuna), dato che mi piace alzare sempre un po’ i toni e riportare la nuda e cruda (ma sacrosanta) VERITA’ almeno davanti gli occhi di chi mi segue, voglio fare un po’ di ANALITICA chiarezza. Cercando, in questo articolo, di titolare anche io che “Mark Zuckerberg dona 45 miliardi..” ma poi raccontandovi realmente a chi li dona e perché. Tutto qui. Prendetela come vi pare ma non ci riesco a vedere metà dei miei contatti su Facebook condividere articoli che neanche hanno letto e incitare a “Zuckerberg nuovo Papa” o a Presidente degli Stati Uniti (oddio non è che con Donald Trump andrà poi tanto meglio, però..).

Cominciamo con l’analizzare cronologicamente qualche step:
1)  Nasce la figlia di Mark Zuckerberg: Max Zuckerberg.
2) (2 ore dopo), Mark Zuckerberg pubblica un’emozionante lettera strappalacrime, per nulla preparata, in cui dichiara al mondo intero che data l’incredibile gioia per la nascita della figlia ha deciso, così su due piedi, di donare insieme alla moglie il 99% delle loro azioni Facebook.
3) (2 ore e 1 minuto dopo), l’apocalisse. Il pianeta Terra è in delirio. Gente che scende in piazza a strapparsi i capelli dalla gioia, condivisioni e post elogiativi ovunque. “Mark uno di noi”; “Mark Zuckerberg for President”; “Zuckerberg filantropo, la donazione benefica più grande nella storia del mondo”; “Ce ne fossero di uomini come lui!”.

Ecco, è questo il problema. Che di uomini così ce ne sono, e pure tanti!
Si chiamano sempre Bill Gates, Bill Clinton, Warren Buffet, Michael Bloomberg, George Soros, ecc ecc. Possibile che nessuno si chieda perché improvvisamente in USA tutti quelli che diventano miliardari iniziano a fare beneficenza? Ve lo dico io in una parola! TAX.

Prima di essere subissato di insulti vorrei darvi qualche informazione utile che forse non tutti sapete..
Pochi anni fa il New York Times sfoggiava una copertina più o meno così: “Americani, dovete donare!”, spiegando in un intero articolo i vantaggi fiscali derivanti dalle donazioni negli Stati Uniti. Andando a vedere le agevolazioni fiscali previste in USA per chi fa donazioni si scoprono elementi molto interessanti.
Ad esempio, il modo migliore per massimizzare i privilegi fiscali sarebbe proprio quello di donare AZIONI invece di denaro contante. Un esempio pratico? Se Mark avesse in portafogli azioni acquistate a suo tempo per 1.000$ ed oggi quelle azioni valessero che ne so per assurdo 45 Miliardi, potrebbe innanzitutto risparmiare la stessa cifra in tasse rispetto alla donazione in contanti, ma in più evitare le imposte di capital gain che ammontano circa al 15% dei 45 miliardi (meno i 1.000$) di dollari che avrebbe guadagnato se avesse venduto le azioni. Per il Fisco americano solo il valore base delle azioni è considerato reddito e le plusvalenze no, mentre le deduzioni si applicano a tutto il valore di mercato delle azioni. Dunque, se Mark avesse venduto prima o poi tutte quelle azioni, ci avrebbe perso un’enormità in tasse, dimezzando il suo patrimonio. Così, invece, non solo questa operazione è fiscalmente esente ma, soprattutto, ha accumulato un credito fiscale che probabilmente gli durerà qualche secolo. Eh già. Ora sì che è qualcosa di veramente sensazionale, non ho mai visto in vita mia una persona donare così tanto a se stesso senza neanche pagarci tasse spropositate.
Ma mica finisce qui, il bello deve ancora arrivare..

4822553_6_4bc6_la-page-facebook-de-la-chan-zuckerberg_0cf517185d8e3d7beac3a41a5467d66bLa “fondazione” a cui hanno donato tutti questi soldi si chiama “LLC Chan Zuckerberg Initiative”, i proprietari inutile dirlo sono i coniugi Zuckerberg. La “promessa” di donazione non è immediata ma “avverrà durante il corso della vita tramite 3 donazioni del valore non superiore ad 1 miliardo di dollari all’anno”. Poi continuando a scavare, si legge nello statuto che questa fondazione potrà utilizzare i soldi per investimenti privati, dibattiti e questioni POLITICHE(?!) oltre che cause umanitarie come ad esempio, spicca tra le principali: “Portare Internet ovunque nel mondo”. (Stessa causa umanitaria di Bill Gates e tante altre persone che si arricchirebbero forse ancora di più con Internet usufruibile anche dai villaggi Zulu o nelle isole sperdute dell’Oceania..).

Schermata 2015-12-02 alle 20.39.09Fin qui tutto bene (più o meno..), nel senso che non vorrei sembrare arrogante o cinico per carità. In fondo anche se con finalità diverse, può solo che far bene così tanto denaro in semi-beneficenza.
Nonostante la corsa di tutti i VIP del pianeta a commentare prontamente il post del loro “amico” Zuck, come animali affamati di like, pronti a scannarsi per la frase ad effetto o per il commento al top. Ciò che mi ha spinto a scrivere questo articolo e, soprattutto, che mi ha fatto imbestialire non è tanto il vedere l’ennesimo imprenditore miliardario che giusto o sbagliato che sia elude le tasse con un po’ di spettacolarità e fantasia. No. Ciò che mi nausea è che si è usata una bambina!
Mark, non te la prendere a male, mi stai simpatico e anzi ti ringrazio e ammiro considerando che è anche grazie al tuo Facebook che io lavoro e prospero, ma hai usato una bambina, la TUA bambina. Schermata 2015-12-02 alle 20.35.46Neanche hai aspettato che Max emettesse il primo vagito che già pensavi a condividere una foto in HD della famigliola perfetta con tanto di lettera annessa per mettere le mani avanti sulla paraculata fiscale ed avere miliardi di persone pronte a elogiarti e piangere di gioia, con i loro sguardi distratti a guardare la splendida bimba appena nata e a non accorgersi che hai semplicemente fatto ciò che qualunque altro padrone della Terra fa già da secoli, ha sempre fatto, sempre farà e continuerà a fare anche dopo di te.
Una sola ultima cosa, per quanto mi riguarda avrei preferito che lo avessi fatto in silenzio, come i veri grandi uomini, proprio perché per tua figlia dovresti volere un mondo migliore senza strumentalizzazioni dettate dal denaro.
Mi piacerebbe che tua figlia potesse rispondere alla tua splendida lettera…

 

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In questi giorni si sta parlando molto di Instagram Ads ed avrete notato negli ultimi giorni alcuni post, scorrendo la Home di Instagram, che pubblicizzavano account e brand non presenti tra i vostri contatti. E magari i più attenti tra voi avranno notato anche l’iconcina in alto a destra e la scritta “Sponsorizzata”, ed avranno pensato “Oh noo! Inizia la pubblicità anche qui.” Ebbene sì! E io vi dico: “Oh sii! Finalmente è arrivato Instagram Ads…”

Attualmente è in fase di sperimentazione e testing quindi non è accessibile a tutti, ma intanto vi insegno come utilizzarlo facilmente.business manager

Innanzitutto aprite il vostro Business Manager e nella colonna sinistra sperate di vedere già il pulsante “Account
Instagram”
, se così fosse cliccateci. Dopodiché vi verrà richiesto di inserire l’account Instagram che volete pubblicizzare, dunque inserite normalmente user e password del vostro account e successivamente assegnategli l’account pubblicitario che vorrete utilizzare. Ora siamo in ballo!Instagram Ads
Per procedere con la creazione della prima campagna, il procedimento è analogo (anzi identico) a Facebook. Power Editor -> Campagna -> Gruppo Inserzioni -> Inserzioni.

Impostate i vari parametri per definire bene il target ed alla fine nel “gruppo di inserzioni” vi verrà chiesto di scegliere il posizionamento della sponsorizzazione. Ovviamente opterete per “Instagram”.Posizionamento

Come potete vedere la creazione di una campagna su Instagram è praticamente identica in tutto e per tutto ad una campagna Facebook.

Ma a sentire le opinioni di chi ha già utilizzato all’estero questo strumento pare che, come sostiene “Fortune”, gli utenti sono 2,5 volte più stimolati a cliccare su un post sponsorizzato su Instagram piuttosto che su uno di Facebook. Addirittura vi sono noti brand che dopo la fase di test hanno dichiarato di aver ricevuto un incremento di interazioni su Instagram anche dell’80% rispetto a inserzioni su Facebook. Tassi e numeri che sembrerebbero a dir poco paradossali, ma se invece fossero anche solo lontanamente così positivi? Forse potremmo avere ancora una volta una rivoluzione nel Digital Marketing, dopo Facebook anche Instagram potrebbe diventare un asso nella manica molto meno costoso e più efficace di tanti altri strumenti tradizionali ormai obsoleti.Chiara Chiarucci Brand

Nel dubbio, iniziate a testarlo voi stessi sul vostro brand o per i vostri clienti e sono sicuro che avrete una marcia in più e li stupirete!

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Il posto fisso invecchia il giovane genio

Viviamo in un paese in cui la massima ambizione è un qualunque posto fisso ed in cui va di moda lo slogan “bisogna credere nei giovani”, ma poi abbiamo una classe dirigenziale obsoleta che non è neanche in grado di ascoltarli i nostri giovani. Alcuni geni riescono a scappare all’estero, altri per sopravvivere restano mimetizzati nella massa e finiscono con la testa sul tavolo a lavorare per qualche colosso che giorno dopo giorno farà finta di credere in loro dalle 9 alle 18 fino a spremerli come limoni e lasciarli tornare a casa senza più sogni, passioni, grinta ed emozioni, senza più le forze neanche di sorridere alla vita, mentre i loro report ed i loro plan rimangono ad ingiallire sulla scrivania di qualche grosso e grasso manager strapagato per un lavoro che non farà mai, o perlomeno non farà mai lui.

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Una nuova era per l’industria dei Videogames: Nasce “GEC” – Giochi Elettronici Competitivi

 

Anno 1915: “L’uomo non smette di giocare perché invecchia, ma invecchia perché smette di giocare.”  [George Bernard Shaw]

Anno 2015: “L’industria del gaming a livello mondiale ha un giro d’affari che ha raggiunto i 90 miliardi.” [Sole 24 Ore]

Probabilmente un secolo fa neanche Shaw si sarebbe mai immaginato un Mondo popolato da “eterni giovani”. Eppure, è così! E, finalmente, anche il nostro microscopico Bel Paese, seppur con qualche anno di ritardo, se ne sta accorgendo.

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Hacking Team, cosa sta realmente succedendo?

 

“Non ho idea di quali armi serviranno per combattere la Terza Guerra Mondiale, ma la Quarta sarà combattuta con pietre e bastoni.”

Così parlava Albert Einstein. E ora, nel 2015, sappiamo che la Terza Guerra Mondiale si sta già combattendo. Senza soldati, senza armi tradizionali, ma, soprattutto, senza neppure che ce ne accorgiamo. E’ la rete a muovere sempre di più il mondo, e sarà chi sa usarla meglio (o peggio) a vincere questa guerra. Che voi lo vediate, o no.

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